I podcast lunghi nell’era della mezza attenzione
Nuove forme, vecchio intrattenimento
I podcast lunghi nell’era della mezza attenzione
Il successo del formato lungo su YouTube passa da una formula sorprendentemente tradizionale: occupare quello spazio intermedio tra ascolto e distrazione che per decenni è stato terreno fertile della televisione.
È una scorciatoia retorica abusata sostenere che “cambia tutto ma non cambia niente” e, probabilmente, è solo una questione di età. Però guardando il palinsesto YouTube dei miei amici non riesco a dirlo meglio: YouTube sta copiando la tv, e in particolare il suo format più collaudato, il rotocalco-divano del pomeriggio. Lo fa per un pubblico diverso, con un’economia diversa, ma per soddisfare lo stesso bisogno. E lo fa già riuscendoci abbastanza bene da poterselo permettere: nella creator economy, di solito, sopravvive solo chi monetizza.
Istruzioni per la mezza attenzione
Chiunque abbia figli, amici o fratelli sotto i trentacinque anni sa che il loro palinsesto dei contenuti lunghi sta su YouTube e che da lì è migrato perfino sul televisore di casa. Viaggi, cucina, crime, sport passano ormai da lì. Più sorprendente è il ritorno di casi d’uso che ci aspettavamo in esaurimento con il declino degli ascolti della tv lineare.
Il talk show tv come Pomeriggio Cinque riempiva il tempo lungo attraverso una persona famosa che parlava di sé tra intrattenitori adulanti, oppure due o più opinionisti polarizzati che si scontravano, o ancora un ospite esperto di qualche cosa che spiegava in modo omeopatico. Un format applicabile a tutto: cronaca nera, gossip, spettacolo, politica, e facile da copiare: l’ospite che parla di sé, il conduttore che annuisce, la pubblicità in mezzo o la telepromozione, gli ospiti che girano tra un programma e l’altro.
La tv e la radio hanno ricoperto storicamente il ruolo di sottofondo anti-silenzio mentre stai stirando, di animale domestico sonoro mentre lavi i piatti, dell’amica che ti racconta storie “perdibili” mentre cucini e in definitiva il ronzio che ti fa fare un pisolino senza sensi di colpa o FOMO. Io la chiamo “mezza attenzione”.
Oggi lo stesso libretto di istruzioni lo usa YouTube, e in particolare i video podcast lunghi, come Tintoria, BSMT, Pulp, tutti quelli che durano quasi due ore. In più, quello che ritenevo fino a qualche anno fa un comportamento relegato alla Gen Z (le dirette Twitch da quattro-otto ore, le ricordate?) oggi è endemico. Esiste persino una certa attesa del palinsesto settimanale, di matrice televisiva: il lunedì c’è Pulp (salvo quando Fedez si è trasformato in Vespa per Giorgia Meloni, che era un giovedì), il martedì c’è Tintoria etc. C’è insomma bisogno di accontentare quel 77% degli ascoltatori (dato NielsenIQ) che dichiara di ascoltare (o guardare? Servirebbe una forma verbale ibrida) facendo altro, che vuole solo seguire, ma con il potere on-demand di guardare in faccia la celebrità rispondere alla domanda da gossip. E naturalmente, seguire quando serve: il podcast lungo si incastra bene nelle faccende quotidiane svolte a orari imprevedibili.
Come relativamente nuovo mezzo per soddisfare la mezza attenzione, il podcast lungo si inserisce tra la radiofonia visuale e la televisione verbale. Ieri il video podcast copiava l’estetica della radio (già Pietro Minto nel 2023 ne aveva descritto l’estetica e il format – gli scenografici microfoni, le cuffie formato XL, lo sfondo con il neon comprato su Temu, quell’aria da radio AM texana), oggi vuole essere tv. Il Fedez post Muschio Selvaggio è più salotto tv che studio radiofonico, più Vespa che Rogan.
La discussione in studio, per sua natura, si dilunga. In tv devi moderarla, il conduttore deve interrompere. Su YouTube no, lascia parlare. E così scorrono i minuti, e poi le ore. E al contrario delle piattaforme “di scrolling” questo non è un bug, è una feature, come direbbe una mia amica programmatrice. C’è domanda di mercato infinita per contenuti che durino almeno le due ore di stiratura e rassetto, che non debbano conquistare ogni maledetto secondo come Reels e Tiktok, e la discussione è una fonte sostenibile, rinnovabile e potenzialmente infinita.
Costi e ricavi del podcast lungo
Gli inserzionisti, intanto, osservano: dove ci sono occhi ci sono aziende che vogliono esserci. Il pubblico dei podcast italiani è, secondo Ipsos via ItaliaOggi, un target pregiato: il 39% ha meno di 35 anni, il 28% è laureato, etc. Il complementare demografico del pomeriggio in tv. Un pubblico colto che, inaspettatamente, ha anch’esso bisogno di mezza attenzione, forse proprio come antidoto a quella che la studiosa Katherine Hayles chiama iperattenzione: la forma della mente che vaga stimolata da una notifica a un video, da un titolo a un messaggio, senza mai fermarsi davvero. Un adattamento, il modo in cui ci si accorda a un ambiente che ti vuole sempre pronto a rispondere al prossimo stimolo. Podcast fiume, quindi, come antidoto alla “frenesia della vita moderna”? È un’ipotesi sociologica da valutare.
Quello che manca alla mia tesi sono i numeri. Paradossalmente, in un’era digitale che doveva essere di trasparenza e fluidità, non c’è niente di più difficile che tirare fuori dati certi da questi podcast: quelli in audio hanno audience del tutto misteriose, mentre per quelli video ci dobbiamo affidare a YouTube senza alcun controllo esterno che li confermi. Sappiamo (ma senza certezze) che una visualizzazione scatta dopo 30 secondi, che il numero di visualizzazioni non corrisponde al numero di spettatori, ma non sappiamo il tempo medio di visione (NielsenIQ per Audible la stima a 28 minuti, ma sono dati raccolti da sondaggi, non da dati di consumo). Il 48% degli ascoltatori dichiara di seguire le serie per intero, il 52% le ascolta a pezzi. Una persona che frammenta una puntata di Tintoria in cinque sessioni di ascolto diverse vale dunque cinque visualizzazioni? Le ore di visualizzazione effettiva dunque le conosce solo Google.
Un podcast video monetizza in tre modi: attraverso la pubblicità tabellare di YouTube, 5-10 euro per mille visualizzazioni, cifra trattenuta per metà dalla piattaforma; attraverso ricavi a forfait dalle sponsorizzazioni lette in voce dai conduttori (a volte con la stessa naturalezza delle telepromozioni, a volte con un’ironia che lo stesso sponsor non accetterebbe mai in tv). Il dato sui ricavi è qui difeso con la stessa cura con cui mia madre custodisce la ricetta dei tortellini di zucca. Da quel che trapela, un podcast di fascia medio-alta porta a casa qualche migliaia di euro a puntata. Per finire, per non lasciarsi sfuggire nulla di monetizzabile, la promozione delle solite VPN in descrizione: attraverso il link parametrizzato, una percentuale sulle vendite procurate ritorna ai creatori.
Dall’altra parte ci sono i costi, estremamente ridotti, solitamente. Due conduttori-fondatori, tecnico audio, montatore e operatore freelance, e una scenografia low-cost “da podcast”. L’ospite partecipa gratuitamente perché ha qualcosa da promuovere (fosse pure un referendum, come nel caso di Giorgia Meloni). Alla fine, non sarà una startup miliardaria ma di questi tempi, per il settore artistico, è una bottega di enorme successo.
Nuove forme, vecchio intrattenimento
Come sempre, il successo produce emulazioni. Nella logica delle piattaforme il fenomeno è una componente fondamentale del proprio successo. La lotta tra nuovi creator per il miglior fit con il pubblico rende meno spuntata la leva dei creator sulla piattaforma per la spartizione della monetizzazione della singola visualizzazione. Le piattaforme, come avevo già osservato, non vincono solo per l’algoritmo di distribuzione, ma per la capacità di produrre a prezzi bassi il contenuto. Con questo vantaggio, la piattaforma vince la propria battaglia contro le altre (posto che esista qualcosa che può dirsi concorrente di YouTube sul formato lungo, quantomeno finché Netflix e le altre tv OTT non si occuperanno del fenomeno).
L’eccessiva emulazione può però portare alla fatigue da podcast lungo? Difficile dirlo: la mia opinione che possa presentarsi sul singolo podcast (per esaurimento degli intervistati?) ma non sul genere in sé. L’offerta totalmente fluida, e la concorrenza perfetta tra creator, accompagnate da algoritmi di discovery sempre più affinati, ricreano continuamente la condizione ottimale per ogni singolo spettatore. E la domanda di mezza attenzione, in epoca fagocitata dall’iperottimizzazione personale, non mostra segni di cedimento. Nulla, però, vieta alla tv di riprendersi il formato della mezza attenzione che aveva inventato. Già ricicla i propri programmi in reel da migliaia di visualizzazioni, da Le Iene a Gialappa Show. Il passo successivo sarebbero i podcast con format e volti già rodati, on demand. Il mercato è potenzialmente infinito: perfino mia madre, dopo la Messa, ora guarda anche il liscio, su YouTube.





